L’autonomia europea nel settore della difesa non sarebbe fuori portata a patto di colmare le principali lacune strategiche che storicamente affliggono il comparto come la frammentazione industriale e operativa, secondo un recente rapporto pubblicato dal think tank tedesco Kiel Institute.
L’analisi giunge mentre proseguono i tentativi della Commissione UE e dei Paesi europei di trovare un’alternativa alla dipendenza statunitense sia sul piano industriale che militare, in particolare dopo l’annuncio del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di ridurre progressivamente l’impegno sul continente europeo sia sul piano delle truppe che dei sistemi missilistici.
La premessa del rapporto è che l’Europa, pur essendo nel suo insieme il secondo attore mondiale per spese militari, resta strategicamente dipendente dagli Stati Uniti lungo l’intera catena operativa militare.
Secondo il documento dal titolo “Sparta 2.0”, l’UE dovrebbe muoversi su dieci aree di intervento, che vanno dal cloud computing militare alla difesa aerea, dai sistemi di comando e controllo alle capacità di comunicazione, fino alla ricognizione satellitare.
Il costo dei programmi considerati prioritari viene stimato tra 150 e 200 miliardi di euro entro il 2030 e in circa 500 miliardi nel prossimo decennio, pari a circa 50 miliardi l’anno. Una cifra che, secondo gli autori, rappresenterebbe circa un terzo dell’aumento annuo previsto di 200 miliardi di euro dei bilanci europei della difesa, il 10 per cento della spesa militare attesa dei partner europei della NATO entro la fine del decennio, oppure lo 0,25 per cento del PIL europeo includendo Regno Unito e Norvegia.
Tuttavia, secondo gli autori, l’aumento delle risorse non si è ancora tradotto in maggiore autonomia, perché il problema non è soltanto quantitativo, ma riguarda la capacità di trasformare gli investimenti in sistemi interoperabili, produzione industriale, tecnologie avanzate e capacità operative effettive.
In questo contesto, l’indipendenza europea e la costruzione di una deterrenza convenzionale autonoma “non sono una questione di costi o capacità tecnologiche”, ma dipendono soprattutto da priorità politiche, leadership, coordinamento industriale e dalla volontà di abbandonare l’attuale frammentazione della difesa europea.
Thomas Enders, tra gli autori del rapporto, lega il documento alle nuove priorità militari tedesche, dalla superiorità informativa alle operazioni multidominio, fino alle capacità di attacco a lungo raggio. “Sparta 2.0 fornisce il quadro industriale e tecnologico per raggiungere questi obiettivi e dimostra che un elevato grado di indipendenza europea può essere conseguito in pochi anni, a un costo finanziabile attraverso gli aumenti di bilancio previsti”, afferma Enders. “Il messaggio è: il collo di bottiglia non è né il denaro né la tecnologia. È la volontà politica di agire da europei, di prendere decisioni e poi di attuarle nel modo più rapido e pragmatico possibile. L’Ucraina ci dimostra che non ci vogliono decenni”, ha osservato Enders.
Il rapporto sostiene che progressi significativi verso la sovranità europea possano essere raggiunti entro tre-cinque anni, mentre un elevato grado di autonomia sarebbe possibile nella maggior parte dei settori già entro cinque-dieci anni. I programmi chiave sono pensati per raggiungere una capacità operativa iniziale entro il 2029 e risultano sincronizzati con la pianificazione della Bundeswehr, le Forze armate tedesche.
La proposta di attuazione non passa però dalla creazione di una nuova sovrastruttura europea. Gli autori indicano invece la strada di coalizioni guida resilienti. Germania, Francia, Polonia e Regno Unito dovrebbero coordinare i principali programmi strategici, le capacità convenzionali a lungo raggio e il dialogo sulla politica nucleare. Europa settentrionale, Stati baltici e Paesi Bassi dovrebbero costituire il nucleo di una coalizione per l’autonomia marittima, la protezione del Mar Baltico e del Mare del Nord e la guerra elettronica. Alla Germania, insieme ad altri partner, potrebbe spettare un ruolo guida nella difesa aerea e nella difesa contro i droni, mentre a livello UE dovrebbero essere garantiti finanziamenti comuni e infrastrutture civili-militari.
Per René Obermann, altro autore del rapporto, la questione riguarda direttamente la credibilità geopolitica europea. “Chi non è in grado di organizzare la propria difesa non può nemmeno assumersene la responsabilità”, afferma. “La sovranità europea non è semplicemente un’opzione di politica estera; è il presupposto fondamentale per la credibilità strategica e la capacità di agire. I nostri alleati si aspettano dall’Europa esattamente ciò che noi stessi ci dobbiamo: la capacità di agire in modo indipendente”.
Tradurre competenze in capacità militari
L’analisi del Kiel Institute insiste inoltre sul fatto che l’Europa dispone già di una base tecnologica e industriale rilevante. Le imprese europee sono considerate competitive in settori come software di comando tattico, infrastrutture cloud militari e sistemi autonomi. Il nodo, secondo gli autori, è trasformare questa competenza in capacità militari, attraverso una convergenza tra volontà politica, mobilitazione coordinata delle risorse e capacità istituzionale di attuazione. Il documento richiama anche il caso ucraino: il sistema tattico di gestione del campo di battaglia Delta è stato sviluppato in 18 mesi ed è definito il più efficiente del suo genere al di fuori degli Stati Uniti.
“In Europa disponiamo delle basi tecnologiche e industriali necessarie per acquisire capacità di deterrenza e difesa”, afferma Jeannette zu Fürstenberg, tra le firme del rapporto del think tank tedesco. Secondo l’analista, in UE si sta assistendo “alla nascita di una generazione di imprenditori europei che si sono impegnati per la causa della sovranità europea e stanno costruendo aziende tecnologicamente all’avanguardia”. Tuttavia, ammette Fürstenberg, ciò che manca ed occorre trovare “è il coraggio di fidarci di loro e di indirizzare i capitali verso l’indipendenza strategica”. Per l’analista, “il collo di bottiglia critico” non è tanto rappresentato dal denaro o dalla tecnologia, ma dalla “capacità istituzionale di attuazione, il coordinamento industriale e la leadership politica”.
Il 70% della spesa concentrata solamente su 10 appaltatori
Una parte centrale del documento riguarda l’architettura industriale del comparto della difesa europea. Secondo gli autori, l’Europa concentra il 70% della propria spesa per la difesa sui dieci maggiori appaltatori del settore, mentre negli Stati Uniti questa quota è inferiore al 30%. Allo stesso tempo, il continente dispone di 14 diversi tipi di carri armati, 15 diversi aerei da combattimento e sistemi di comando frammentati. Questa dispersione riduce le economie di scala e, secondo il documento, porta l’Europa a ottenere tra il 30 e il 40 per cento in meno di capacità per ogni euro investito rispetto a uno Stato consolidato.
Per questo, gli autori chiedono che i nuovi fondi non vengano semplicemente incanalati nei programmi esistenti, ma siano orientati verso nuovi impianti di produzione, nuovi fornitori e settori tecnologici. Gli effetti moltiplicatori macroeconomici considerati dal documento oscillano tra 0,6 e 1,5 volte: ogni euro investito potrebbe generare fino a 1,50 euro di valore economico aggiunto.
“Gli investimenti della difesa nell’alta tecnologia non sono semplici spese; rappresentano una politica tecnologica con un dividendo di sicurezza. Ogni euro investito in software, intelligenza artificiale ed esplorazione spaziale può generare un moltiplicatore economico fino a 1,5”, secondo quanto osserva Moritz Schularick tra gli autori dell’analisi. Secondo Schularick, “l’Europa può permettersi questi investimenti, ciò che non può permettersi è rinunciarvi”.
Un punto di particolare importanza indicato nell’analisi riguarda l’approccio agli appalti del settore della difesa. Tra le linee d’azione indicate figurano gare di prototipazione secondo il principio “mostra prima di acquistare”, contratti basati sui risultati anziché su specifiche di input, contratti di capacità invece di acquisti fondati soltanto sui volumi, un percorso accelerato europeo per i progetti di sovranità e una maggiore apertura dell’ecosistema a nuovi fornitori e tecnologie a duplice uso.
“La questione non è se investire, ma come indirizzare questi investimenti per rafforzare la capacità di azione dell’Europa, consolidare la leadership tecnologica e creare valore industriale in Europa”, osserva Nico Lange, analista del think tank tedesco, precisando che “se i nuovi fondi saranno usati in modo strategico per sovranità, tecnologia e rapidità d’azione”, l’Europa potrà “difendersi” e “fungere da deterrente”.

